La tela di Antonella
Ci sono rivoluzioni gentili, pacifiche, distanti dagli assordanti clamori della storia.
Ci sono rivoluzioni pacate, incubatrici di sogni.
Ci sono rivoluzioni di lunga durata, dalla gestazione lenta, che portano dentro una grande spinta propulsiva.
Ci sono rivoluzioni culturali, politiche, economiche che modificano il corso dei giorni e procurano un cambio di passo in intere comunità.
E poi ci sono le rivoluzioni del cuore, quelle che trasformano lo sguardo e l'orizzonte emotivo, quelle che modificano la prospettiva e disegnano nuovi equilibri e inaspettate armonie.
Una rivoluzione può rappresentare un momento di rottura, di lacerazione. Può anche indicare inediti e insoliti percorsi.
La storia di Antonella riassume tutto questo. Una svolta, maturata lentamente, cullata dolcemente. Fiorita nella maturità degli anni.
La lavorazione della canapa, tessuto dall'aspetto ruvido ma dall'anima delicata, amica della natura. Rispettosa degli ecosistemi terrestri. Non necessita di sostanze chimiche. La canapa cresce rapidamente e ha un’alta resa rispetto alle altre fibre tessili. Le sue radici penetrano in profondità salvaguardando il terreno da cedimenti e frane.
Una trama fitta e irregolare.
Tessuto duttile impiegato per abbigliamento ed elementi d'arredo.
Nel suo ordito Antonella intreccia desideri, ricompone frammenti di vita. Custodisce stati d’animo. Mani che entrano in contatto con la materia, la esplorano, la accarezzano. Mani che cercano bellezza, in un rapporto intimo, vibrante, sacro. Le mani di Antonella. Gestualità lenta e consapevole. A tratti meditativa.
Da qualche anno, l’arte della tessitura come cambio di postura. L’esigenza di attraversare linguaggi diversi. Una deviazione. Un’evoluzione necessaria. Un viaggio nella luce dove emergono moti interiori, zone d’ombra, sentimenti.
Antonella mi accoglie nella sua Casa/Atelier a Modica. Il bianco come scelta. Il bianco che allarga, espande, non ammette confini. Ambiente minimal, caldo e confortevole. Invita a fermarsi.
La preparazione di una tisana che diventa rito. Lentezza, eleganza, amorevolezza.
Poi inizia a parlare, a svelarsi.
“La parola chiave tra le tante che usi è gestazione. Per tanto tempo mi sono sentita incinta. In attesa. Penso di me stessa. Qualcuno non ricordo chi, disse che non si nasce una volta sola. A me sembra di partorirmi a pezzi, poco per volta e non senza dolore. E mi chiedo se riuscirò mai a vedermi veramente compiuta.
E’ curioso come la mia prima ( e al momento unica ) collezione di abiti si chiami Genesìa ( alla luce l’anima di ogni cosa reclama venire ) e parli di maternità.
E’ cominciato tutto da lì. Succede questo a volte con ciò che creo: diventa un indicatore di ciò che avviene dentro.
Non ho mai vissuto una gravidanza vera e un parto, non ho figli. Non mi sono mai trovata nella condizione di prendere in considerazione un evento del genere, forse ho avuto paura. Nonostante ciò la maternità mi insegue, anzi spinge.
Se pensi che dopo Genesìa ho studiato il mondo del maternage, la maternità ad alto contatto…
Sono entrata in questo mondo a modo mio, con ago e filo: confezionando fasce babywearing. Il progetto si chiamava Lievito Madre. La fascia era solo uno strumento per imparare a sentire, per prendersi cura, per portare e per portarsi. Credo che portando un figlio si impari a portare se stessi, e viceversa. Vedo la maternità come una grande occasione per nascere, intendo come donna, come natura. Ma nella realtà non sempre avviene, siamo troppo condizionati. Per questo penso spesso che mi piacerebbe riprendere in mano Lievito Madre, perché c’è bisogno di parlare di queste cose.
E’ anche vero che diventare madri non significa solo mettere al mondo un bambino, c’è una maternità in senso ampio: io mi appello a questa. In generale la Madre porta nella materia ciò che già esiste nel mondo immateriale, è farsi canale ( il canale del parto ). Io mi sono sentita madre con Ex-Voto, l’istallazione che ho realizzato lo scorso ottobre per un evento di arte per la pace, mentre eravamo nel pieno del genocidio a Gaza. Ho sentito una spinta fortissima e ho agito: l’idea era di compiere un gesto che fosse preghiera, di restituire qualcosa ( lo sguardo, l’attenzione ) a tutti i bambini che hanno perso la vita. Non volevo schierarmi contro qualcuno o qualcosa, né aggiungere rabbia e violenza, solo accompagnare come meglio potevo un sacrificio.
….
… può sembrare che passi da una cosa all’altra e che le cose non c’entrino tra loro, eppure centrano. Ho cercato per anni il filo che le legasse, così ho iniziato a tessere. Anzi…a insegnarlo.
I corsi di tessitura nascono forse da un bisogno mio di rete, di contatto ( anche qui…il contatto ). Mi piace molto comunicare, credo mi riesca anche bene, c’entra il prendersi cura. Io spiego come tecnicamente si intrecciano i fili sul telaio, ma in realtà insegno altro: la pazienza prima di tutto. A stare. La tessitura è lenta ( così come legare una fascia ). E anche altro. Per esempio, di fare attenzione quando due fili si incontrano su una stessa passata di trama: molti sbagliano e sovrappongono e invece ognuno deve rispettare lo spazio dell’altro, ti devi fermare e lasciare spazio.
Credo di sapere ancora pochissimo della tessitura, è una cosa magica che ha a che fare con la vita: tu intrecci i fili e nella realtà accadono cose. E’ una metafora, è un simbolo. Ma il simbolo ha il potere di creare la realtà, anche se non siamo abituati a pensarlo.
Poi incontri la tessitura e ne fai esperienza.
Il progetto InCanapa è nato durante il lockdown, nel 2020. Ricordi quel mantra che continuavano a recitare? Restate a casa… io l’ho inteso come un invito a tornare alla propria casa, quella dentro, quello spazio intimo in cui siamo soli con noi stessi. Le cose non sempre sono come le raccontiamo, c’è sempre un senso altro, e alto. La casa è quel nido la cui costruzione porterò nei laboratori di tessitura qualche anno dopo. InCanapa parlava di casa, di cura e bellezza negli accessori che la vestono. Volevo ridare valore a un luogo e anche a un rito, quello della tavola. Il sacro per me è da trovare nel quotidiano ( mentre qualcuno lo ha messo in alto e dietro un altare, lontano da noi, quasi irraggiungibile. E invece è tempo di riappropriarsene ).
Non sono soddisfatta di ciò che è arrivato di quel progetto. E’ stato interpretato semplicemente come un brand di artigianato sostenibile: in realtà era tanto altro e il fatto che non sia stato compreso mi ha fatto male. La canapa ero io, l’ho capito solo dopo. Una pianta estremamente versatile, utilizzata nel tessile, nell’industria alimentare, nell’edilizia, addirittura nell’industria meccanica, eppure bistrattata, relegata ai margini, incompresa. Per anni mi sono sentita così: è stato il mio nodo da sciogliere. Adesso sto imparando a comprendermi. A vedere di quante cose sono fatta ed esserne grata”.
In una società soffocata da superficialità e finzione diffuse, le parole di Antonella risuonano di verità. Parole viscerali, solide, potenti. Connessioni vive, autentiche. Processo aperto, generativo, tattile, coinvolgente.
In costante dialogo con corpi, spazio, geometrie.
https://www.instagram.com/anto.nellafloridia?igsh=aTAwOXVjeGZqZjh4
Grazie Antonella, scoprirti è stato un segno del cielo.
© Alvice Cartelli









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